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Domande frequenti
1) A livello tecnologico si è optato per la realizzazione di un impianto di termovalorizzazione con sezione di recupero energetico. Quali sono le caratteristiche tecniche che hanno orientato verso la scelta della tecnologia di incenerimento a griglia mobile?

La realizzazione di questo impianto e la sua esatta localizzazione sono state programmate nell’ambito del Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti Urbani, in accordo con l’analogo Piano Provinciale.
Il Piano Regionale prevede la realizzazione a Cà del Bue di un impianto di temovalorizzazione e la Regione Veneto ha richiesto all’Azienda di individuare una soluzione che rientrasse nell’ambito delle migliori tecnologie disponibili e che privilegiasse “gli aspetti di affidabilità, versatilità nel trattamento dei rifiuti e contenimento dei costi”.
Non dimentichiamo che siamo in presenza di un impianto esistente che ha avuto dei problemi nel passato e per il quale è necessario individuare soluzioni sicure, efficienti e consolidate.
Negli impianti a griglia i rifiuti vengono collocati su una griglia inclinata, fissa o mobile. I forni a griglia fissa hanno potenzialità ridotte e sono poco usati. Quelli a griglia mobile sono dotati di un apposito sistema di avanzamento che, consentendo il rimescolamento e l’omogeneizzazione dei rifiuti, presenta il vantaggio di aumentare l’efficienza del contatto tra combustibile e comburente.
Nel panorama impiantistico il forno a griglia mobile rappresenta la tecnologia più consolidata e maggiormente diffusa. Per quanto riguarda l’Italia, da un’indagine realizzata dall’ENEA in collaborazione con Federambiente (Rapporto sul recupero energetico da rifiuti urbani in Italia – ottobre 2006) è emerso che i combustori a griglia rappresentano circa l’80% in termini di linee installate e circa l’83% in termini di capacità di trattamento sul territorio nazionale.
Le ragioni di questa diffusione sono legate sia all’efficienza del processo di combustione, sia, soprattutto, alla flessibilità di questa tecnologia. I forni a griglia sono impiegati, infatti, per l’incenerimento dei rifiuti urbani con una potenzialità estremamente variabile che va da 30/50 tonnellate fino a 3000 tonnellate al giorno.
Inoltre secondo le “linee guida per l’individuazione e l’utilizzazione delle migliori tecniche disponibili in materia di gestione dei rifiuti” contenute nel Decreto del 29/01/2007 del Ministero dell’Ambiente, “i forni a griglia costituiscono la tecnologia più consolidata e, come tale, di più largo impiego nella combustione di rifiuti, in particolare di quelli urbani, grazie alla flessibilità che ne caratterizza il funzionamento ed all’affidabilità derivante dalle numerosissime applicazioni”.

I forni a griglia mobile di moderna concezione presentano, inoltre, un’elevata resistenza agli alti carichi termici e sono in grado di ovviare alla variabilità delle caratteristiche dei rifiuti e dei flussi in ingresso.
Queste caratteristiche di efficienza e flessibilità di esercizio si traducono in un’elevata affidabilità che, in considerazione degli inconvenienti verificatisi in passato a Ca’ del Bue, rappresenta un elemento di particolare importanza nella definizione progettuale del riassetto impiantistico.


2) Quale sarà il dimensionamento, in termini di tonnellate annue avviate a termovalorizzazione, del nuovo impianto?

Con riferimento al territorio di competenza, sia il Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti Urbani (PRGRU) che quello provinciale approvato nel settembre 2007 (PPGRU) assegnano all’impianto di Ca’ del Bue una capacità di trattamento di almeno 500 tonnellate al giorno per 12 mesi, esclusi i tempi necessari per le manutenzioni.

Tale indicazione si traduce in un trattamento annuo di 156.000 tonnellate di rifiuti. Tuttavia, come avviene anche per tutti gli altri impianti di incenerimento presenti nella regione Veneto, nella definizione della capacità complessiva si rende necessario mantenere un margine del 20% di ulteriore disponibilità per il trattamento di rifiuti in “mutuo soccorso”, allo scopo di sopperire ad eventuali emergenze che dovessero verificarsi in altri bacini regionali.

Questo margine prudenziale, assunto per superare eventuali momenti di criticità, porta la potenzialità teorica di trattamento dell’impianto a circa 600 tonnellate al giorno, corrispondenti a circa 190.000 tonnellate annue.


3) A livello ambientale e sanitario quali garanzie possono essere offerte ai cittadini di Verona e dei comuni limitrofi? Come si svolgeranno i controlli sull’attività del nuovo impianto?

Già nella passata gestione dell’impianto gli organi di controllo non hanno mai evidenziato problematiche di ordine ambientale e/o sanitario si fa presente che erano attivi i controlli dell’ARPAV, quelli dell’ULS, quelli della società indipendente SICEA e quelli della Commissione di Controllo che comprendeva i rappresentanti dei comuni interessati e della Provincia.
AGSM ha inoltre ritenuto di utilizzare per il riassetto impiantistico di Ca’ del Bue le migliori tecnologie disponibili sul mercato (Best Avaliable Technologies), attribuendo inoltre uno specifico punteggio a quelle offerte che presenteranno delle performance ulteriormente migliorative rispetto le stesse BAT
In ogni caso non si ravvisano elementi di preoccupazione sotto il profilo sanitario e ambientale, offrendo le moderne tecniche di incenerimento dei rifiuti ampie garanzie per la tutela dell’ambiente e della salute. Ne fanno fede i numerosi riscontri evidenziati in impianti analoghi operanti in Italia e nel resto del mondo.
A garantire l’efficienza ambientale delle prestazioni dell’impianto concorreranno altresì i controlli che, oltre a quelli previsti dalla legge ed in essere già dal 2002, a seguito delle indicazioni della “Commissione per l’esecuzione degli interventi sull’impianto di termovalorizzazione di Cà del Bue” (istituita su indicazione della Regione e composta da esponenti in rappresentanza di Regione, Provincia, Comune di Verona, Comuni di S.G. Lupatoto, S.M. Buon Albergo e Zevio, AGSM ed AMIA) sono stati ulteriormente incrementati sia riguardo al numero di parametri indagati, sia in termini di frequenza degli stessi (Piano Integrato di Controllo previsto dalla legge regionale 3/2000).
In relazione poi alle preoccupazioni manifestate dai cittadini per quanto riguarda il suolo e le acque (specialmente quelle di falda), è stata prevista una verifica generale sui parametri ambientali del sito. In particolare, a breve si procederà anche alla realizzazione di nuovi piezometri di controllo nell’area limitrofa l’impianto, in aggiunta a quelli già esistenti, per un più puntuale monitoraggio di alcuni parametri dell’acqua.
Per favorire, infine, un processo di maggiore trasparenza nei confronti dei cittadini, saranno implementate ed incrementate le attività di informazione sui controlli ambientali previste nell’ambito dei Piani di Controllo e di Comunicazione.
In aggiunta a ciò il Comune di Verona sta definendo una Convenzione con l’Istituto Superiore di Sanità (il principale e più autorevole organo di controllo in Italia sulle tematiche legate alla salute) per implementare un ulteriore attività di monitoraggio.
Verrà, in particolare, verificato il controllo dei livelli emissivi nell’area, a partire da un “punto zero”, prendendo in considerazione le diverse fonti (traffico veicolare, impianti di riscaldamento, ecc.), andandoli a confrontare con quelli registrati in presenza dell’impianto “a regime”.


4) Quali motivazioni hanno portato a scartare l’adozione di sistemi di trattamento dei rifiuti diversi da quelli basati su processi termici, come quello visionato in Israele?

Premesso che il Piano Regionale per la Gestione dei Rifiuti prevede un impianto di termovalorizzazione nel sito di Cà del Bue, la Commissione per l’esecuzione degli interventi ha svolto un’analisi particolareggiata delle tecnologie disponibili, confrontandone le performance. In particolare, per ciascuna di esse sono state esaminate le caratteristiche funzionali, le realizzazioni impiantistiche ad oggi emergenti nel settore del trattamento dei rifiuti, le necessità di trattamento preliminare e le tipologie di rifiuti che meglio si adeguano alle caratteristiche funzionali e di esercizio.
Nel maggio del 2008 alcuni tecnici e rappresentanti del Comune di Verona si sono recati in visita presso società israeliane, per prendere visione di alcune tecnologie ed impianti innovativi in materia ambientale.
Tra gli impianti visitati anche un impianto per il cosiddetto “trattamento biologico a freddo” dei rifiuti urbani. L’impianto di cui è stata presa visione trattava il rifiuto urbano conferito in entrata dalla municipalità di Tel Aviv ed era sottoposto, al momento della visita era fermo in quanto sottoposto ad una fase di potenziamento per passare dalla potenzialità di trattamento di 60 tonnellate al giorno a quella di 120 tonnellate al giorno.
Nella “Prima Relazione” della Commissione per l’esecuzione degli interventi sul termovalorizzatore di Ca’ del Bue per quanto attiene alla compatibilità della tecnologia con le esigenze espresse dal Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti Urbani per Ca’ del Bue si legge che, a quanto appreso “non si sono ancora posti in esercizio impianti di potenzialità superiore ed in particolare pari a quella corrispondente all’impianto di Ca’ del Bue”.
La necessità di garantire, anche alla luce degli inconvenienti verificatisi in passato, condizioni di massima affidabilità nella futura gestione del complesso impiantistico di Ca’ del Bue, porta ad escludere la scelta di tecnologie che - come è il caso di quella visitata in Israele - non appaiono consolidate su scala applicativa.


5) Quali vantaggi offre e cosa comporterà in termini pratici dal punto di vista gestionale la formula del project financing?

La Commissione per l’esecuzione degli interventi relativi a Ca’ del Bue si è occupata, nel corso della sua ricognizione, anche delle scelte da compiere sia nella fase di progettazione che in quella di realizzazione e gestione dell’impianto.

Un’indicazione fondamentale è stata quella di far gestire a un unico soggetto le due fasi, riassunta nella frase “Chi progetta deve anche costruire e gestire”.
Il project financing rappresenta sostanzialmente un sistema di realizzazione di opere pubbliche con apporto di capitali prevalentemente privati, perlomeno nell’interpretazione che di questo strumento finanziario è stata data in Italia.

Negli ultimi anni questo strumento ha assunto una particolare rilevanza soprattutto nella realizzazione di determinate opere, in particolare di importanti interventi infrastrutturali commissionati da enti pubblici, la cui complessità e onerosità, rendono difficile per una singola impresa realizzare con successo tali progetti.

Senza entrare nel merito delle numerose varianti nelle quali il project financing si può presentare, si può comunque evidenziare che, nel caso specifico di Ca’ del Bue, la soluzione che prevede l’individuazione di un soggetto privato a cui affidare la realizzazione e gestione, può presentare diversi vantaggi, tra cui la possibilità di evitare il ricorso a fondi pubblici e l’assunzione degli oneri e delle responsabilità di gestione dell’impianto nel complesso da parte del soggetto promotore.


6) Quali politiche di gestione dei rifiuti sono allo studio per il territorio circostante l’impianto, secondo una visione di approccio integrato?

Il progetto del nuovo impianto di Ca’ del Bue non è certamente da considerarsi un intervento isolato o a sé stante, ma come un tassello di un mosaico più ampio. Questa “cornice” è rappresentata dalle strategie delle diverse amministrazioni competenti riguardo la gestione integrata dei rifiuti a Verona e Provincia e al macrolivello regionale. In particolare il Piano Regionale di trattamento dei rifiuti prevede l’adozione di un ciclo di recupero/trattamento che consenta di ridurre i rischi per l’ambiente recuperando materiali utilizzabili dall’industria ed energia. Pone già l’accento sulla necessità di recuperare il più possibile i materiali riciclabili conferendo a termovalorizzatori costruiti con le migliori tecnologie e strettamente controllati il rifiuto residuo, riducendo quindi l’utilizzo delle discariche al solo rifiuto che rimane a valle delle operazioni di recupero o trattamento.

Quale che sia il piano a cui si fa riferimento è ormai comunemente acquisita, da tutti i soggetti coinvolti, una impostazione che vede, in una ipotetica scala gerarchica, al primo posto la riduzione a monte e la minimizzazione dei rifiuti, ovvero l’esigenza di porre in atto azioni che limitino la crescita dei rifiuti attraverso azioni di sensibilizzazione e prevenzione (la produzione dei rifiuti pro-capite è in costante aumento nel nostro Paese).

Al secondo posto vi è poi la raccolta differenziata, finalizzata al recupero e al riciclo delle materie, mentre allo stadio successivo è prevista la termovalorizzazione con recupero energetico della frazione non differenziabile.

L’ultimo stadio della filiera prevede lo smaltimento in condizioni di sicurezza di quei rifiuti che non possono essere trattati o recuperati.

Questo percorso verrà seguito anche in riferimento a Ca’ del Bue, promuovendo nel territorio del veronese modelli di gestione dei rifiuti che privilegino il recupero e riciclo delle risorse e limitino il ricorso alla termovalorizzazione al minimo indispensabile. L’impianto non è quindi da considerare in nessun modo come antitesi di una corretta gestione dei rifiuti e di un approccio che “spinge” verso la massima differenziazione dei rifiuti, ma al contrario, rappresenta un elemento di garanzia della corretta chiusura del ciclo.


7) Quali sono le caratteristiche del bando di gara?

L’oggetto del bando è la progettazione, costruzione e gestione di una nuova sezione di incenerimento con tecnologia a griglia, con recupero di calore per la produzione di energia elettrica.
La potenzialità di incenerimento sarà pari a 190.000 tonnellate all’anno, i rifiuti conferiti saranno i rifiuti urbani e i rifiuti speciali non pericolosi assimilati agli urbani, secondo quanto prescritto dal vigente Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti Urbani del Veneto.
La nuova sezione dovrà essere realizzata rispettando le migliori tecniche disponibili in materia di gestione dei rifiuti secondo quanto indicato dal Ministero dell’Ambiente e dal BREF della Comunità Europea in materia di incenerimento (Reference Document on the Best Available Techniques for Waste Incineration – August 2006).
L’importo stimato dell’investimento è pari a € 118.000.000,00 e la realizzazione dell’intervento deve completarsi entro 18 mesi dalla consegna dei lavori.
La durata della concessione è di 25 anni, a partire dalla messa in esercizio dell’impianto.
AGSM si riserva l’opzione di riscattare l’impianto dopo 15 anni di funzionamento.
L’impianto dovrà essere sottoposto alle procedure di Valutazione di Impatto Ambientale (V.I.A.) e di Autorizzazione Integrata Ambientale (A.I.A.).
Inoltre le imprese, o consorzi tra imprese, che intendano partecipare alla gara dovranno possedere precisi requisiti di carattere economico e tecnico.
Tra cui:
  • aver realizzato un volume d’affari non inferiore ai 30.000.000,00 di euro nell’ultimo triennio
  • avere in gestione operativa, da almeno tre anni, un impianto di incenerimento di tecnologia analoga e di dimensioni paragonabili come capacità di trattamento dei rifiuti a quello richiesto nel bando
  • essere in possesso dellecertificazioni di qualità e ambientali (ISO EN 9001 e ISO 14001 e/o Emas) o certificati equipollenti (per società estere).


8) E’ vero che anche utilizzando i termovalorizzatori servono comunque delle discariche? Sarà necessario un sito per lo stoccaggio delle ceneri che verranno prodotte dall’impianto? E dove sarà ubicato?

Si, è vero. La gestione dei rifiuti solidi deve avvenire attraverso l’adozione di un ciclo di recupero/trattamento che consenta di ridurre i rischi per l’ambiente recuperando materiali utilizzabili dall’industria ed energia. Il vigente Piano Regionale di gestione dei rifiuti urbani pone già l’accento sulla necessità di recuperare il più possibile i materiali riciclabili conferendo a termovalorizzatori costruiti con le migliori tecnologie e strettamente controllati il rifiuto residuo, riducendo quindi l’utilizzo delle discariche al solo rifiuto che residua da operazioni di recupero o trattamento.
La termovalorizzazione poi riduce di circa il 70% i rifiuti trattati, producendo contemporaneamente energia recuperabile
Del 30% dei rifiuti che residuano dopo la termocombustione solo il 3% è classificato “rifiuto pericoloso” e deve essere conferito in apposite discariche per rifiuti pericolosi.
Al momento in Italia è attiva solo una discarica per rifiuti pericolosi situata in Piemonte dove tali rifiuti possono essere conferiti. Già da diversi anni, tuttavia, questi rifiuti vengono inertizzati ed, in alcuni casi, soprattutto tramite procedimenti di vetrificazione, si stanno sperimentando anche soluzioni di riutilizzo.
Il rimanente 27% è classificato rifiuto non pericoloso e può essere conferito in apposite discariche anche per rifiuti urbani di cui in Veneto ne sono presenti in un numero sufficiente per le esigenze della Regione. Anche per questa tipologia di rifiuti è possibile individuare soluzioni di riutilizzo ed il bando di gara prevede un apposito punteggio per l’individuazione delle migliori soluzioni.


9) E' vero che un termovalorizzatore per ogni 100 kg di rifiuti bruciati produce 30 kg di scarti tossici da smaltire in discariche per rifiuti pericolosi?

I moderni termovalorizzatori producono per ogni 100 kg di rifiuti bruciati circa 27 kg di scorie e 3 kg di ceneri. Le scorie, che non sono rifiuti pericolosi, sono a loro volta recuperabili, ad esempio in cementifici per la produzione di clinker. Solo le ceneri che vengono preliminarmente inertizzate, sono attualmente inviate in discariche per rifiuti pericolosi. Si tratta quindi del 3% e non del 30%.


10) E’ vero che servono grandi quantità di acqua per l’impianto? Come incide questo sull’ambiente circostante?

L’acqua viene usata solo per il recupero energetico del calore prodotto dalla combustione: questo infatti surriscalda l’acqua che, diventando vapore, produce energia espandendosi nel gruppo turbina-alternatore. Poi essa torna allo stato liquido nella successiva fase di condensazione, completando così il ciclo che risulta essere quindi “chiuso”. L’apporto di nuova acqua si limita al rabbocco per sopperire alle perdite.
Un altro “ciclo chiuso” – ossia senza bisogno di continui approvvigionamenti idrici – è la fase finale di trattamento dei fumi, che devono essere lavati per togliere gli inquinanti residui, ma si tratta appunto di un trattamento chimico-fisico delle acque usate, che consente di recuperarle rimettendole di nuovo nel ciclo.


11) Il calore inutilizzato ed emesso in atmosfera comporta cambiamenti nel microclima?

Anche se è tecnicamente inevitabile una qualche dispersione termica, essa non modificherà in alcun modo il microclima. Peraltro queste dispersioni, davvero minimali nei confronti del calore generato e recuperato dall’impianto, per motivi tecnici e ambientali devono avvenire a una temperatura poco sopra i 100 °C (emissione in atmosfera al camino).


12) Durante il trattamento dei rifiuti c’e’ il rischio d’inquinare le falde?

Ogni lavorazione dei rifiuti avviene in edifici chiusi, tenuti in depressione mediante impianti di aspirazione e trattamento dell’aria per abbattere le componenti odorigene soprattutto sono locali con pavimentazione industriale ad alta resistenza e conformata alla massima protezione ambientale mediante l’uso di prodotti e guaine impermeabili. Nelle lavorazioni che producono percolato, le vasche di contenimento sono a tenuta stagna affinché nessun inquinante possa filtrare nel terreno. Le stesse acque piovane provenienti dalle coperture dei fabbricati e dai piazzali saranno raccolte separatamente dalle altre e trattate in loco prima di essere avviate all’impianto di depurazione centralizzato urbano.


13) Termovalorizzatore è sinonimo di inceneritore?

In termini linguistici sono sinonimi, in termini tecnici, invece, sono impianti molto diversi: nell’inceneritore la combustione è il fine, essendo solo un modo per smaltire (distruggere) i rifiuti nel termovalorizzatore la combustione è invece un mezzo per “recuperare” (produrre) energia.
Poi ci sono differenze fondamentali nell’impatto sull’ambiente: fra i due tipi d’impianti, infatti, ci sono più di vent’anni d’evoluzione tecnologica che rendono i termovalorizzatori di ultima generazione più sicuri sia per l’ambiente sia per la salute pubblica.
In particolare, grazie al continuo miglioramento dei sistemi per abbattere gli inquinanti dei fumi, alle nuove caratteristiche dei forni e agli interventi che hanno ottimizzato il processo di combustione, i moderni termovalorizzatori sono in grado di attuare un contenimento preventivo delle emissioni.
In sintesi: i due concetti impiantistici sono separati da 20 anni di tecnologia, in Italia gli inceneritori rappresentano una soluzione tecnologica ormai obsoleta non più utilizzata.


14) Un termovalorizzatore, dato che produce energia, ha limiti di emissioni più alti di un inceneritore?

Le norme sulle emissioni in atmosfera non fanno distinzione fra termovalorizzatori e inceneritori: per tutti valgono gli stessi limiti, che sono i più restrittivi rispetto a qualsiasi altra attività produttiva. Va inoltre precisato che gli inceneritori propriamente detti sono ormai in via d’estinzione o di trasformazione in termovalorizzatori.
Il Prof. Umberto Ghezzi, del Dipartimento Energia del Politecnico di Milano, intervistato a questo proposito dal Corriere di Verona (24/02/09) ha affermato che “le attuali tecnologie […] riescono a rimanere di molto al di sotto dei parametri, tanto da fare degli inceneritori gli impianti meno impattanti e più controllati tra tutti gli impianti industriali esistenti”.


15) I termovalorizzatori emettono diossine, noti cancerogeni?

L’emissione di diossine dalla combustione dei rifiuti riguardava la vecchia generazione di inceneritori degli anni Ottanta. Oggi invece, grazie ai notevoli progressi nella costruzione degli impianti e nelle tecnologie di trattamento dei fumi, sono stati raggiunti ottimi livelli di efficienza e sicurezza.
Infatti, i moderni impianti, lavorando a temperature di circa 850/950 °C e soprattutto più stabili, non danno luogo a significativa formazione delle diossine. Inoltre, il trattamento dei fumi con filtro elettrostatico insieme ai trattamenti con carbone attivo e catalitico, non lascia più tracce rilevabili di tali sostanze nelle emissioni. Misure effettuate, ad esempio sugli impianti di recente realizzazione, hanno confermato che i trattamenti con carbone attivo e catalitici portano ad una drastica riduzione delle diossine.
A questo proposito i più recenti studi epidemiologici, come la “Posizione dell’Associazione Italiana di Epidemiologia” (Aprile 2008) su “Trattamento dei rifiuti e salute”, confermano come, alla luce delle osservazioni e degli studi condotti finora, non si possa parlare di “incremento di rischio per la salute umana” derivante dal “trattamento dei rifiuti mediante incenerimento in impianti basati sulle migliori tecnologie disponibili”.
L’OMS - l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel marzo del 2007 a Roma ha presentato in un workshop i dati scientifici emersi da numerosi studi sulla salute della popolazione in relazione alla gestione dei rifiuti.
L’aspetto fondamentale associato agli impianti di termovalorizzazione emerso dal meeting riguarda la sostanziale differenza tra gli impianti moderni e quelli di vecchia generazione in termini di emissioni di diossina.
Gli ultimi studi sono difficilmente comparabili ai precedenti a causa delle differenti tecnologie tra gli impianti. Il WHO (OMS) ha concluso infatti, che, grazie all’adozione delle BAT, le “best available technologies” (le tecnologie imposte dall’UE) gli effetti sulla salute della popolazione residente in prossimità di impianti di nuova generazione stanno divenendo meno probabili.
La maggioranza degli studi esistenti riguarda infatti impianti di prima generazione, caratterizzati da scarsa tecnologia e basse temperature di combustione che comportano alti livelli di emissioni (come afferma anche nel 2004 lo studioso Franchini(1) che dal 1987 al 2003 ha analizzato gli articoli pubblicati sull’argomento).
In merito ai nuovi impianti esiste un’importante caso studio redatto a Barcellona(2) sul 90% dei rifiuti prodotti in Catalogna, dal quale emerge come i livelli di diossina presenti nel sangue non possano essere attribuiti alle emissioni degli impianti ma probabilmente ad altre cause non certe.
Ciò è dimostrato anche da studi sugli impianti portoghesi (di Lisbona e Madeira) dai quali sono risultate statisticamente insignificanti le differenze tra i livelli di diossina nel sangue tra soggetti residenti nei pressi degli impianti stessi ed altri soggetti.
Lo studio è facilmente reperibile e riguarda il workshop tenutosi a Roma il 29-30 Marzo 2007 (Report – WHO – Workshop, “Population health and waste management: scientific data and policy options”, World Health Organization).
Esiste anche uno studio del Ministero dell’Ambiente tedesco che prende in esame il periodo che va dal 1990 al 2000. In quegli anni le normative europee e tedesche hanno imposto l’adeguamento degli impianti di termovalorizzazione alle migliori tecnologie disponibili (passaggio dalla prima alla seconda generazione).
Il risultato della ricerca è stato che le emissioni di inquinanti da termovalorizzatori si sono ridotte a circa un millesimo del livello precedente


(1) Franchini M. (2004). Health effects of exposure to waste incinerator emissions: a review of epistemiological studies. Annali dell’Istituto Superiore di Sanità, 40(1):101-115.
(2) Gonzales CA (2000). Biomonitoring study of people living near or working at a municipal solid-waste incinerator before and after two years of operation. Archives of environmental Health, 55(4):259-267.
Gonzales CA (2001). Increase of dioxin blood levels over the last 4 years in the general
population in Spain. Epidemiology, 15(5):529-535.



16) I termovalorizzatori emettono ancora più polveri inquinanti degli inceneritori?

I moderni termovalorizzatori - da non confondersi con centrali termoelettriche a oli pesanti o carbone, dalle temperature più elevate - funzionano in generale tra gli 850
(minimo imposto per legge) e i 950°C. Le polveri e il particolato ultrafine, invece, si sviluppano in modo rilevante nelle combustioni a temperature superiori ai 1000 gradi.
Per quanto riguarda il rapporto tra le emissioni di polveri ultrafini e la salute umana, a dispetto delle numerose speculazioni in merito, molti studi concordano nell’affermare che non esistano prove scientificamente valide della loro pericolosità.
All’interno del Rapporto “Ambiente Italia 2009” curato dall’Istituto di Ricerche Ambiente Italia e da Legambiente, nel capitolo “Polveri ultrasottili, nanoparticelle o nanopolveri?”, a firma di Lucia Venturi, per anni Responsabile Scientifico dell’Associazione, viene ribadito che “le conoscenze disponibili sono scarse e frammentarie” e che risulta quindi “difficile attribuire maggiore responsabilità a un impianto piuttosto che a un altro, come è stato fatto, invece, recentemente con gli inceneritori”.
Risulta quindi difficile persino attribuire agli inceneritori una responsabilità oggettiva come fonti di tali polveri.


17) Sono possibili produzioni agricole e alimentari nei dintorni di un termovalorizzatore?

Studi effettuati su territori che ormai da anni ospitano un termovalorizzatore, non hanno rilevato alcuna incompatibilità fra impianto e produzioni agricole. Ad esempio ciò si può verificare nello studio conoscitivo effettuato dalla città di Bolzano sul contenuto di diossine, furani e PCB negli alimenti e nella stima dell’assorbimento medio giornaliero della popolazione nella Provincia Autonoma di Bolzano (campionamento ed analisi: 2000-2001). Dalla ricerca emerge, in particolare, che l’impatto da diossine e PCB nella frutta e nella verdura è spesso sotto il limite di rilevabilità.
Un altro studio da tenere presente è quello realizzato dalla Fondazione Centro Ricerche di Produzione Animali di Reggio Emilia sulle interazioni tra le attività agro-industriali (con particolare attenzione a quelle del comparto lattiero-caseario) e l’impianto di combustione Ecoenergia di Corteolona (PV). Anche in questo caso la ricerca evidenzia che le attività agroindustriali presenti nelle zone limitrofe possano coesistere con l’impianto in progetto, senza pregiudizio per la qualità delle loro produzioni.
Il Centro Ricerche ha effettuato anche uno studio che prende in considerazione l’industria agro-alimentare emiliana (la seconda a livello nazionale per rilevanza) al cui interno operano realtà di grande rilievo e si producono prodotti tipici con marchio di garanzia. Da questo studio è emerso che spesso queste aziende operano in prossimità di impianti di termovalorizzazione o altri poli industriali rilevanti. La situazione evidenzia che l’adozione di tecniche adeguate per l’abbattimento delle emissioni e la continua verifica delle condizioni di efficienza da parte dei vari settori industriali, grazie a controlli periodici e sistematici, forniscono adeguate garanzie di tutela di salute e ambiente.


18) Come incide la termovalorizzazione dei rifiuti sulle questioni dell’energia e dell’ambiente?

L’energia recuperata attraverso la combustione dei rifiuti copre oggi in Italia una quota esigua del fabbisogno nazionale, ma il suo potenziale è notevole. Da ogni tonnellata di rifiuto, se ben selezionata per avvicinare il più possibile alle caratteristiche di un combustibile, si può ricavare, al netto dell’autoconsumo, circa 1000 kWh di energia elettrica. Uno sviluppo della termovalorizzazione, dunque, concorrerebbe concretamente a erodere quote significative dell’attuale consumo di petrolio e derivati.
E l’Italia, il cui fabbisogno energetico è coperto per circa l’80% da fonti fossili quasi interamente importate, è tenuta più di altri Paesi a perseguire una strategia di diversificazione energetica, dove nessuna opzione sostenibile per l’ambiente può essere trascurata.


19) I costi di realizzazione e gestione causeranno aumenti di tariffe per i cittadini?

I costi tecnici saranno coperti dai ricavi per i recuperi, sia di materia sia di energia, ottenibili con questi nuovi impianti. Soprattutto vengono meno quei costi supplementari dovuti al conferimento dei rifiuti in discarica, che con la nuova normativa sarà sempre più difficoltoso e sempre più costoso praticare.


20) E' vero che usando metodi di raccolta differenziata spinta (es. raccolta familiare separata di organico, carta, plastica, vetro, barattolame) e trattando successivamente il rifiuto residuo con sistemi di trattamento meccanico biologico, non rimangono frazioni che devono essere smaltite ed è quindi realizzabile la cosiddetta “opzione rifiuti zero”?

Non esistono realtà in cui ciò si sia realizzato.
Come esempio, esaminiamo il caso italiano più noto e di successo, quello del Consorzio intercomunale di Priula in Friuli.
Tale Consorzio è costituito da 22 comuni con una popolazione totale di circa 223.000 abitanti con centri abitati di piccole dimensioni (min 1.718, max 18.830 abitanti). Il livello di raccolta differenziata domestica nel 2005 è stato di circa il 75%. Il 25% di rifiuto residuo viene sottoposto a trattamento meccanico biologico con un ulteriore recupero di materiale del 4,5%. Alla fine ciò che rimane, per il 20%, viene smaltito in termovalorizzatori, mentre lo 0,5% (inerti) viene inviato in discarica.
Dal 2009, secondo le norme italiane, i rifiuti residui delle raccolte differenziate e dei trattamenti meccanici bioogici, a causa del potere calorifico elevato (16.000-20.000kJ/kg), dovranno essere smaltiti esclusivamente in termovalorizzatori per produrre energia.
I risultati non cambiano in Austria, Germania ove le norme per lo smaltimento in discarica sono ancora più restrittive e sono state adottate da tempo.


21) E’ vero che i Paesi europei, in particolare la Germania, non costruiscono più termovalorizzatori?

I dati forniti da Martin e vonRoll, i due costruttori di impianti di temovalorizzazione leader mondiali, smentiscono questa teoria: ad oggi hanno già ricevuto ordini per realizzare 62 nuovi impianti, di cui 36 in Europa, dal 2005 al 2009.
In realtà, negli altri paesi europei il problema dello smaltimento dei rifiuti è stato risolto e stabilizzato con un giusto equilibrio tra raccolta differenziata, termovalorizzazione e con la decisione di ridurre in modo drastico in 10 anni l’uso delle discariche.
Ad esempio, in Germania gli impianti di termovalorizzazione garantiscono una potenzialità annua di combustione di rifiuti di 180 kg/abitante contro i 53 kg/abitante in Italia.
Questo spiega perché nelle ricorrenti emergenze italiane si sono smaltiti, a caro prezzo, rifiuti negli impianti tedeschi.

Le statistiche (comunicato stampa di Eurostat – agenzia statistica della UE del 9 marzo 2009) indicano come nell’Europa a 27, il 42% dei rifiuti sono stati conferiti in discarica, il 20% avviato a termovalorizzazione, il 22% riciclato e il 17% sottoposto a processo di compostaggio.
I dati ci dicono inoltre che la raccolta differenziata e la termovalorizzazione non sono affatto antitetici basti pensare che la Germania associa un’alta percentuale di raccolta differenziata, pari al 46% del totale, e una percentuale di termovalorizzazione del 35%.


22) E’ vero che in Germania stanno arrestando impianti di incenerimento per sostituirli con impianti di trattamento meccanico-biologico?

Il sistema di smaltimento dei rifiuti in Germania è costituito attualmente da:
  • 73 impianti di incenerimento con capacità complessiva di 16.336.500 t/anno 
  • 64 impianti di trattamento meccanico biologico (capacità complessiva di 6.122.000 t/anno)


Di fatto anche dagli impianti di trattamento meccanico biologico escono materiali che debbono poi essere smaltiti in discarica o utilizzati per il recupero di energia.
L’Unione Europea ha deciso di privilegiare il recupero energetico per minimizzare l’utilizzo di discariche che, nel lungo periodo, sono vere e proprie bombe ambientali.


23) Che cosa si intende per forno a griglia? E per letto fluido?

Sono due tecnologie diverse e quindi di gestione dei forni. Diversi sono anche il combustibile e le modalità di alimentazione. Un forno “a griglia” ha una maggiore elasticità nella combustione ed accetta anche i rifiuti eterogenei per tipologia e dimensioni. Un forno “a letto fluido”, invece, richiede un “Combustibile Derivato da Rifiuti” (CDR) molto omogeneo e già selezionato.


24) I sistemi di selezione per aumentare il potere calorifico tengono conto anche della tutela della salute?

Sì, la selezione consente proprio di sottrarre alla combustione materiali “pericolosi”, quali per esempio batterie e altro. E’ chiaro comunque che, per avere una “buona” frazione secca da termovalorizzare, bisogna avere prima un’altrettanto “buona” raccolta differenziata di pile, batterie, farmaci scaduti e quant’altro possa produrre sostanze inquinanti se finisce nel forno.


25) Se AGSM realizzerà il termovalorizzatore, che interesse si avrà a sviluppare la raccolta differenziata? Non dovrebbe tendere a bruciare tutti i rifiuti indistintamente per produrre più energia?

Non esiste conflitto tra raccolta differenziata e termovalorizzazione perché sono entrambe imprescindibili in una strategia di gestione dei rifiuti che porti un territorio all’autonomia.
Per massimizzare il recupero di energia è inoltre fondamentale il potere calorifico del rifiuto avviato alla combustione. Per avere una “buona” frazione secca da termovalorizzare bisogna quindi avere prima un’altrettanto “buona” raccolta differenziata che separi i rifiuti organici (il cosiddetto “umido”) e gli altri materiali pressoché privi di potere calorifico, come il vetro e i metalli. Parallelamente, attuando una raccolta differenziata spinta, è possibile recuperare materiali per più della metà dei rifiuti prodotti. Nella Regione Veneto il tasso di raccolta differenziata è il più alto d’Italia (51%).
E’ indicativo notare che alcune realtà spesso prese come esempi virtuosi per i livelli di raccolta differenziata raggiunti (Lille, Friburgo, i Paesi Scandinavi) sono anche quelle dove sorgono alcuni dei termovalorizzatori più moderni.
Le statistiche (comunicato stampa di Eurostat – agenzia statistica della UE del 9 marzo 2009) indicano che nell’Europa a 27, il 42% dei rifiuti sono stati conferiti in discarica, il 20% avviato a termovalorizzazione, il 22% riciclato e il 17% sottoposto a processo di compostaggio.
I dati ci dicono anche che la raccolta differenziata e la termovalorizzazione non sono affatto antitetici, basti pensare che la Germania associa un’alta percentuale di raccolta differenziata, pari al 46% del totale, e una percentuale di termovalorizzazione del 35%.
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